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2009#1 - I Diritti Umani e le Responsabilità Spirituali

Viviamo in un tempo in cui i Diritti Umani vengono considerati acquisiti e sono visti come il modo più utile per garantire la moralità nella sfera pubblica. Questo è tanto vero che, perfino i paesi i cui governi sono oppressivi si sentono obbligati a difendere i propri atti sui Diritti Umani. È facile sottostimare questo che è un enorme passo in avanti. La maggior parte del merito per questo fatto è dovuto all'influenza mondiale raggiunta dalla Dichiarazione universale dei Diritti Umani nei suoi sessant'anni di esistenza. È stata scritta subito dopo la seconda guerra mondiale, allo scopo di dare attuazione alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite. È poi divenuta una sorta di pietra di paragone con il quale confrontare i comportamenti nazionali.

Data la loro larghissima influenza, ha un senso che ci chiediamo quale sia la base essenziale dei diritti. Tentando di rispondere alla domanda potremmo finire per impelagarci in complessi problemi filosofici. Ma se riconosciamo una dimensione spirituale all'esistenza, la risposta diventa semplice: l'origine dei diritti sta nel fatto che ogni singolo essere senziente è una manifestazione della Vita Unica, un'espressione del Proposito Divino. Come risultato, ogni essere ha uguale valore, nel modo più profondo possibile. Questa è la base dell'affermazione espressa nell'Articolo 1 della Dichiarazione universale: “ Tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti…” ( enfasi aggiunta); in altre parole, la nozione che i Diritti Umani sono universali. Questo può forse essere l'elemento più controverso della Dichiarazione. Proclamando questa fondamentale identità di tutti gli esseri umani si trascendono tutte le differenze di cultura e religione. Ciò è stato espresso in questo modo da uno dei relatori di World Goodwill al simposio di New York:

Il diritto di essere uomini. È forse il primissimo diritto che ha ogni essere umano, indipendentemente da dove è nato/a, non importa in quale paese, non importa in quale situazione economica o religiosa o se è ricco/a o povero/a, maschio o femmina. Sembra un diritto ovvio: noi siamo uomini; siamo cittadini di un regno della natura; siamo qui in un corpo fisico che esprime attributi e qualità molto umani; la vita ci è stata donata dal nostro Creatore. E quindi, perché non dovremmo avere il diritto di essere ciò che siamo – umani?
Esattamente. Noi abbiamo il diritto di essere esseri umani completamente sviluppati. È un diritto concesso dalla Divinità.Eppure ci sono alcuni nella famiglia umana - alcuni che in sé e per sé non sono completamente umani - che negherebbero il nostro diritto di sviluppare appieno il nostropotenziale. Esercitando i loro poteri di egoistica discriminazione, separano un gruppo di umani da un altro e decidono che il gruppo da loro scelto dovrà avere il diritto di svilupparsi oltre tutti gli altri. Erigono false regole e barriere, sistemi di casta, sistemi religiosi ed economici per mantenere tutti gli altri nel proprio posto subordinato. E queste divisioni spesso sono sanzionate da leggi fatte dagli uomini o da affermate tradizioni e credenze. Questi non sono altro che i modi con i quali un gruppo di umani esercita il potere sugli altri gruppi di umani.
Il diritto di governare sugli altri. A prima vista questa sembrerebbe una tendenza che abbiamo ereditato dalla nostra lunga esperienza evolutiva nel regno animale. La sopravvivenza del più forte e del più adatto. E questo potrebbe essere giusto anche per gli animali. Ma gli umani hanno un potenziale per qualcosa di molto più grande, qualcosa di profondo dentro di loro che reclama di potersi esprimere. Ed è la piena espressione di questa grandezza interiore che non dovrebbe essere negata. Meno che mai da capi e despoti auto-proclamatisi.
È stata questa illuminata ricognizione da parte di un gruppo risvegliato di esseri umani che si sono riuniti nel 1948 per proclamare la Dichiarazione universale dei Diritti Umani. E tre anni prima, un altro gruppo ugualmente illuminato si era riunito a San Francisco per fondare le Nazioni Unite.
La Dichiarazione dei Diritti Umani ha trenta Articoli. L'Articolo 1 della Dichiarazione riconosce che "Tutti gli esseri umani sono nati liberi ed uguali per dignità e diritti". E nell'Articolo 2 questi diritti vengono definiti “senza distinzione alcuna di razza, colore, sesso, lingua, religione, politica o altra opinione, origine nazionale o sociale, proprietà, nascita o altro status". Questa Dichiarazione è un'affermazione coraggiosa, illuminata che demolisce tutte le false barriere erette nel passato e riconosce che siamo una sola famiglia, affratellati e che tutti devono avere un'uguale opportunità di diventare esseri umani completamente sviluppati. E nessuna forza sulla faccia della terra, umana o naturale, può esser d'impedimento a tale diritto.
Come sappiamo, un essere umano è più di un semplice corpo fisico, più di questa natura della personalità esteriore. Ciò che ci rende davvero umani sta dentro di noi - il persistente potere dell'anima. L'impetuosa energia dell'anima dà la forza di affinare, costantemente e continuamente, la sua espressione della personalità inferiore nel mondo fisico. Non saremo mai completamente umani fino a quando non avremo raggiunto l'obiettivo di una raffinata sincronicità della vibrazione con quella dell'anima. Soltanto allora raggiungeremo lo stadio in cui potremo essere un perfezionato punto di ancoraggio da cui le energie vitali della Divinità possano irradiarsi nel mondo. Solo allora raggiungeremo il nostro obiettivo ultimo, diventeremo un essere umano completamente sviluppato e raffinato; solo allora potremo predisporre un veicolo radioso mediante il quale il puro Essere potrà camminare nel mondo.
Questo è un obiettivo a raggio estremamente lungo, e non si può raggiungere in una sola vita. Ma quanto più cadono le barriere create dalle attitudini umane, tanto più rapidamente ci muoveremo verso la nostra responsabilità umana, il nostro obiettivo, che essenzialmente è vivere e lavorare al grande servizio del Proposito Divino. Questo Proposito è decifrare questo pianeta e il regno umano ha un posto centrale nell'intero processo evolutivo. Ci sono tre regni al di sotto dello stadio umano e tre regni al di sopra. Noi siamo nel punto mediano, il punto di mediazione. Ed ora l'umanità è attivamente coinvolta - che lo sappiamo o no - nel processo di redenzione. Ogni cosa che facciamo - coscientemente o no - è impressa per conformarsi al modello Divino.
Il che ci riporta indietro al tema del nostro diritto d'essere esseri umani sviluppati appieno. Nella notte dei tempi (in realtà anche prima del tempo) il puro Spirito - nel suo stato vibrazionale più alto e perfezionato, mosso dalla Divina Volontà - iniziò a fondersi con la sostanza solare più grezza e irredenta. Da quest'unione con la materia più densa nacque quello stadio intermedio che ora definiamo l'anima divina. È questa intenzione iniziale del puro Spirito che ci dà – anzi, ci impone - il diritto d'essere esseri umani sviluppati appieno. Il diritto d'essere umani all'inizio è stato concesso dallo Spirito stesso. Se scansiamo o ostacoliamo questo dovere, non stiamo vivendo all'altezza della nostra responsabilità umana. E se il nostro diritto d'essere umani è impedito o negato, con qualsiasi mezzo o da qualsiasi forza, allora non ci sarà permesso di compiere il dovere cui siamo destinati, il nostro dharma, nel processo di perfezionamento di redenzione.
Questo pianeta è destinato a diventare, infine, un centro irradiante Luce e Amore Divini in questo sistema solare. Questo ideale si realizzerà solo se ci sarà permesso diventare un'anima umana sviluppata appieno. E, per la prima volta nella storia umana, la Dichiarazione dei Diritti Umani suona la nota del nostro cammino predestinato verso l'essere completamente umani.

Riflessioni come queste, sulle implicazioni spirituali della Dichiarazione universale ci danno qualche idea del suo vero significato a lungo termine. Eppure allo stesso tempo noi siamo creature naturalmente impazienti, e siamo ansiosi di vedere la Dichiarazione attuata adesso, completamente e dappertutto. E quando così evidentemente non lo è, possiamo restare sconcertati e possiamo addirittura soccombere alla disperazione. Come si chiede Kimberley Riley, all'inizio del suo intervento La dignità e i diritti dell'uomo: una storia dell'ideale democratico: “Come possiamo trovare incoraggiamento per il progresso umano, quando le cronache storiche e contemporanee spesso appaiono tanto fosche? Possiamo vedere un qualche concreto progresso nella coscienza umana o non è piuttosto vero che, come suggerisce il vecchio proverbio francese, ‘quanto più le cose cambiano, tanto più restano uguali?’ (‘Plus ca change; plus c’est la même chose’)”.

Riley continua: “I che modo lo studio della storia in generale o lo studio della storia della democrazia e dei diritti umani possono aiutarci ad ottenere l'ispirazione per il progresso collettivo dell'umanità? Quali pensieri possiamo sviluppare per nostro conto e condividere con gli altri come fonte di supporto…? Quale linguaggio possiamo inventare per questo rafforzamento collettivo?”

E poi introduce la rilevanza diretta di questa domanda per le democrazie contemporanee, riflettendo sui pro e i contro di un'opinione pubblica critica:

Noi che viviamo nelle democrazie del mondo abbiamo imparato a conoscere la forza della critica pubblica per smascherare gli abusi; molti dei progressi politici, sociali e culturali nei secoli diciannovesimo e ventesimo hanno le loro radici nella capacità di un popolo libero di criticare pubblicamente lo status quo.
Eppure, come dimostra la breve storia della tedesca Repubblica di Weimar (1918-1933), la critica incessante e virulenta da ambedue gli schieramenti politici contrapposti indebolisce lo spirito di una democrazia, uno spirito che può fiorire soltanto in un'atmosfera di tolleranza e compromesso. Distruggendo le relazioni reali che sono il motore di un sistema socio-politico prospero, la critica eccessiva esaurisce la volontà collettiva di bene. La democrazia e i diritti umani fanno affidamento in parte sulla vigilanza; si basano anche sulla capacità di percepire e promuovere il bene che già esiste nella famiglia umana.
Invece ciò che ci riesce meglio è la critica; siamo veloci nel percepire il fallimento. Siamo molto meno abili nell'arte di rafforzare la collettività. Quindi, voglio provare ad usare la storia, in particolare la storia che riguarda la democrazia e i diritti umani, per suggerire qualche indicazione per quel processo.

Quindi Riley espone la sua ipotesi che tendiamo ad avere una prospettiva troppo a breve termine nell'evoluzione della coscienza:

Poiché la democrazia è tanto una serie di abitudini e stati mentali quanto è un sistema organizzativo, il progresso di gruppo si basa sul simultaneo sviluppo morale personale di innumerevoli individui. Mentre il singolo può compiere il proprio progresso in anni o decenni, lo sviluppo del gruppo deve necessariamente essere calcolato in periodi di tempo più lunghi. Cinquanta o cento anni non devono sembrare eccessivi per produrre nuove abitudini, nuove idee e nuovi legami emotivi in popolazioni calcolabili in milioni. L'individuo vede solo una frazione e quella frazione può provocare gioia o disperazione a seconda del proprio posto nella storia. Per percepire il progresso di gruppo, tuttavia, dobbiamo espandere la nostra normale percezione del tempo ben al di là dell'ambito delle nostre singole vite.
Potrebbe anche essere necessario, per noi, modificare la nostra visione di come funziona il movimento e dell'impulso storico. Gli storici e il pubblico in genere hanno associato tradizionalmente la storia della democrazia e dei diritti umani con le rivoluzioni del 1688, del 1775 e del 1789, tutte apparentemente d'improvvisa rottura con il passato tradizionale. Per la maggior parte i rivoluzionari hanno anche sentito questo senso d'isolamento dai propri contemporanei storici, una solitudine che nasce dall'agire in modi che sembrano interamente nuovi. Dovendo rafforzare se stessi e giustificare le proprie azioni, i campioni della democrazia spesso hanno definito corrotto, decadente e fallimentare l'intero passato precedente ai loro sforzi. Per i fondatori rivoluzionari e per molti di noi oggi, non ci sono possibili relazioni tra la democrazia e il resto del passato dell'uomo, o tra le nazioni democratiche e il resto del mondo.
Eppure questa visione comune dà un'impressione distorta del reale cambiamento nel corso del tempo, e lascia le istituzioni democratiche apparentemente sole, contro un'umanità ostile che spesso sembra preferire la tirannia e l'abuso ai diritti umani e la libertà. Ma forse c'è più rapporto tra il passato e il presente di quanto comunemente si creda. Piuttosto che rompere bruscamente con il passato, le istituzioni democratiche ricomprendano le realizzazioni di altri gruppi nella propria struttura di idee. Invece di vedere il passato come diviso in periodi di progresso e periodi di tirannia, forse dovremmo comprendere lo sviluppo storico come una specie di conversazione continua, una ricerca in corso per percepire, definire ed esprimere i principi dei giusti ed efficaci rapporti umani, un processo che la maggior parte delle persone, nella maggior parte dei periodi di tempo ha in effetti cercato di fare al meglio.

Quest'ultima asserzione viene supportata dall'esame dell'evoluzione dei sistemi legali, a partire dal tempo dell'imperatore babilonese Hammurabi (1760 a.C.) fino alla Magna Carta (1215 d.C.). L'autrice nota anche che, mentre negli editti di Hammurabi si trovano elementi che oggi consideriamo barbari, "vi sono due principi basilari che infine saranno la base di ogni costituzione democratica e di ogni legge sui diritti: e cioè che la stessa legge si applica dappertutto e che deve essere universalmente nota". Delineando la connessione con la Magna Carta, Riley annota che “l'organizzazione sociale e il pensiero filosofico dell'uomo, proprio come la scienza e la tecnologia umane, si costruiscono sul passato, incorporando vecchie idee ed aggiungendo gradualmente innovazioni”. Nella Magna Carta, c'è la stessa enfasi sul fatto che le leggi devono essere applicate allo stesso modo in ogni luogo. Ma ci sono anche dei passi avanti:

La Magna Carta offre inoltre notevoli nuove iniziative nelle quali possiamo chiaramente riconoscere gli inizi degli ideali e delle prassi democratiche. Le corti di giustizia devono essere istituite in sedi fisse, si devono nominare solo esattori delle tasse, giudici, sceriffi e ufficiali giudiziari affidabili e vengono posti dei vincoli di legge alle loro prerogative di confiscare proprietà, comunemente accettate prima di quest'epoca (e in seguito a lungo come uso corrente). Viene abolito l'imprigionamento senza prove, il monarca è costretto ad accettare che la sua volontà è vincolata dalla legge e, soprattutto, nell'art. 61, che una convocazione dei suoi baroni di livello più alto può invalidare le sue azioni se esse violano le disposizioni della carta. Due volte viene affermato che la chiesa inglese è libera dal controllo del monarca. La carta forse non cambiava la vita del contadino medio del tredicesimo secolo, né garantiva la libertà individuale in una maniera comprensibile per noi moderni, ma stabiliva i precedenti per la legalità e le limitazioni del potere esecutivo, la limitazione delle tasse, la libertà di religione e l'uguaglianza di fronte alla legge, che sarebbero poi stati estesi ed elaborati nelle successive costituzioni e leggi sui diritti nei paesi di tutto il mondo.

Continua Riley:

È un pensiero potente quello che i nostri ideali democratici e dei diritti umani siano saldamente radicati in questo modo. Se possiamo vedere le connessioni tra i nostri valori e istituzioni attuali e quelli del passato, possiamo allora concepire che stiamo lavorando con un potente flusso di energia storica, e dunque non stiamo cercando di tappare con un dito la falla nella diga che a malapena riesce a contenere le maree della tirannia e dell'aggressività umana. Possiamo immaginare che altre culture, forse più simili al modo d'essere di Hammurabi che al nostro, in effetti non sono così diverse da noi interamente e senza speranza; possiamo cercare e trovare connessioni e possiamo immaginare che la crescita e lo sviluppo verso gli ideali definiti nelle costituzioni democratiche e nelle leggi sui diritti non sono aberrazioni nella storia dell'uomo, ma nei fatti una parte naturale del processo di pensiero umano che riguarda i rapporti tra gli esseri umani fratelli. Quindi quando noi o gli altri attorno a noi non riusciamo ad essere all'altezza dei nostri ideali, possiamo ritrovare fede nel fatto che il corpo della politica, proprio come il corpo fisico, ha profondi giacimenti di potere di guarigione, in grado di trasformare l'andamento della malattia di nuovo in salute.

In conclusione, annota:

Il mio intervento non ha lo scopo di raccomandare un approccio ottimistico alla storia umana. L'ottimismo appare un atteggiamento troppo disinvolto, troppo leggero per affrontare l'enormità della storia umana. Il semplice ottimismo troppo facilmente dimentica la sofferenza dei nostri fratelli che sono stati tenuti in luoghi oscuri, durante i lunghi periodi segnati da guerre, carestie e crudeltà umana. L'ottimismo offre poca consolazione per tutti coloro che erano tenuti in schiavitù mentre Atene cedeva a Sparta alla fine della Guerra del Peloponneso, o durante i lunghi secoli dell'Impero Romano, o quando i colonizzatori europei approdarono in Africa circa duemila anni più tardi, o per coloro che videro i propri bambini morire lentamente di fame senza alcun soccorso durante la guerra dei Trent'anni, o durante la carestia delle patate in Irlanda o in qualunque altro dei "periodi di fame" della storia umana, o ancora per coloro che vennero massacrati nella Battaglia della Somme sotto quintali di fango o per coloro che furono trucidati ad Auschwitz. Queste sofferenze meritano di essere ricordate, meditate e onorate, non certo di essere spazzate via come preludi a tempi migliori.
Piuttosto, proporrei di usare il nostro studio della storia per invocare il potere delle passata azione giusta, per trovare un modo di essere con meno paura e più amore per l'umanità, di sviluppare una comprensione intelligente del compito effettivo di sviluppo umano di gruppo e un linguaggio che sostenga l'evoluzione della coscienza umana. Perfino le brevissime storie di democrazia che ci sono state presentate questo pomeriggio ci mostrano che il progresso umano non è mai lineare.
Le cronache ci dimostrano che gli esseri umani esprimono gli ideali prima di avere gli strumenti per metterli in pratica. Dobbiamo imparare a conoscere questo fatto e comprenderne le implicazioni. Dobbiamo aspettarci battute d'arresto e fallimenti, e perfino anticiparli. Quindi, quando un gruppo fallisce, come inevitabilmente accade, quando leggiamo di pratiche di tortura attuate in società i cui documenti di fondazione bandiscono tali atti, quando scopriamo che grandi moltitudini di persone in tutte le parti del mondo ancora rispettano solo il potere gestito in modo crudele, quando scopriamo che noi e i nostri fratelli non siamo ancora perfetti e che è improbabile che raggiungeremo la perfezione nell'arco della nostra vita, non ci lasciamo cadere nella disperazione, ma piuttosto ci alziamo, pronti ad agire spinti dall'antica determinazione umana a trasformare il male in bene, fiduciosi che le nostre azioni attuali porteranno frutti in futuro.

Una delle potenziali difficoltà con l'avanzamento di un approccio basato sui diritti allo sviluppo umano è che può adattarsi meglio ad alcune società e peggio ad altre. Così, un illustre organismo di anziani statisti, l'Interaction Council, ha messi in evidenza come, accanto ai Diritti Umani, dovremmo considerare anche le responsabilità umane, e che entrambe le cose sono necessarie per formare un quadro completo del comportamento etico umano.(3) Essi argomentano in modo interessante che, mentre l'Occidente è a proprio agio con una descrizione basata sui diritti di come gli individui devono rapportarsi gli uni con gli altri in seno alla società, in Oriente c'è spesso più enfasi sulla nozione delle responsabilità che l'individuo ha nei confronti degli altri e della società nel suo insieme. Potremmo dire che, mentre l'Occidente si tiene decisamente sul versante della libertà dell'individuo, in Oriente può esserci una maggiore tendenza a stare sul versante del buon funzionamento della società.

Un esempio significativo di questa differenza culturale è la Cina. Durante i recenti Giochi Olimpici, le autorità cinesi destinarono alcune zone ufficiali di protesta a Pekino, dove potevano radunarsi coloro che volevano protestare contro l'uno o l'altro aspetto delle Olimpiadi o su altri argomenti. Per essere autorizzati ad andare in queste zone si doveva presentare un modulo alle autorità. Il New York Times riferisce che a cinque giorni dall'inizio delle Olimpiadi non c'era stata nemmeno una protesta, e citava gli esempi di persone che avevano presentato il modulo ed erano state di conseguenza imprigionate. Mentre coloro che vivono in una democrazia occidentale possono vedere questo fatto come una flagrante violazione dei diritti umani, potrebbe valere la pena provare a vedere l'incidente dal punto di vista delle autorità cinesi. Avendo messo il proprio paese, e in particolare Pekino al centro dell'attenzione mondiale, presumibilmente volevano assicurare che le immagini provenienti da Pekino fossero positive ed armoniose quanto più possibile, e con ogni probabilità mostrare varie proteste non li avrebbe aiutati in questo scopo. Questo non per scusare l'azione cinese, o giudicare la legittimità o meno di chi protestava. Semplicemente, serve ad illustrare una mentalità diversa, che trova l'equilibrio tra l'armonia sociale e la libertà individuale in un punto molto distante da quello individuato dalla democrazia occidentale.

Riflettendo sull'argomento delle responsabilità, nell'incontro di Londra, Julia Häusermann ha suggerito che queste responsabilità sono dovute in particolare all'umanità nel suo complesso. Ella fa notare che la sua organizzazione, Rights and Humanity, “ha capito che abbiamo certe responsabilità che condividiamo al di là delle nostre fedi e culture. Abbiamo la responsabilità di rispettare la nostra comune umanità. Abbiamo la responsabilità di rispettare la dignità umana. Abbiamo la responsabilità di onorare la vita in tutte le sue forme… Abbiamo la responsabilità di rispettare e proteggere i diritti umani di ognuno in qualsiasi luogo. Abbiamo la responsabilità di pensare e comportarci con compassione, di agire con integrità e di fare la pace in modo da poter vivere tutti nell'unità”.

Discutendo di come si possono bilanciare i diritti con le responsabilità, Häusermann fa questo esempio:

…una baraccopoli Mozambico chiamata Mafalala che ho visitato mentre lavoravo per l'UNICEF nel 2004. L'UNICEF ha introdotto un approccio di diritti umani nel proprio lavoro, ha provato a scoprire come proteggere le persone che vivevano in questa zona di baraccopoli dal rischio di malattie insegnando loro il diritto alla salute e il diritto all'acqua e il diritto all'igiene. E credo che abbiano fatto grandi progressi e che molto sia stato fatto in quella comunità. Ma ciò che trovo affascinante è che quando cominciai a fare domande più approfondite dicendo a queste persone: Capite quali sono qui le vostre responsabilità qui? coloro che partecipavano alla nostra discussione di gruppo dissero: Oh, sì, capiamo che lo stato ha l'obbligo di fornirci l'acqua, ma noi abbiamo l'obbligo di costruire la latrina. Loro hanno il dovere di raccogliere l'immondizia, ma noi abbiamo il dovere di portarla fuori dalla baraccopoli, perché i camion che raccolgono l'immondizia non possono entrarci, perché le vie sono molto strette. Così, noi abbiamo il dovere di portare l'immondizia fuori. Ora, per me questo è un equilibrio tra diritti e responsabilità, in cui le persone lavorano insieme per ottenere il miglior risultati possibile.

Tornando alla situazione in Gran Bretagna, ella sottolinea:

…potremmo scoprire di essere, al momento, un po' sbilanciati nei nostri diritti e responsabilità. Io penso che... l'intero problema riguarda la guerra al terrorismo, la cosiddetta guerra al terrorismo, perché penso che a questo problema di sicurezza sia stato consentito di infiltrarsi in tutto l'edificio della vita in Gran Bretagna, così che i nostri diritti vengono ridotti a fronte delle esigenze di sicurezza percepita. Ho letto un articolo davvero allarmante, di recente, che diceva che i temi della sicurezza stanno effettivamente portando la polizia a mantenere l'ordine più secondo etnie e religioni piuttosto che secondo qualunque altra prova. Così, la presunzione che qualcuno possa essere coinvolto è molto preoccupante. Questo si allontana enormemente dall'essenza fondamentale dei diritti umani che, in questo paese, abbiamo protetto per così tanto tempo.
Cosa possiamo farci? Beh, penso che dobbiamo vigilare. Così, per essere cittadini attivi credo che abbiamo il dovere di difendere i diritti umani Gran Bretagna. Penso che abbiamo il dovere di usare la nostra voce democratica per far sentire le nostre preoccupazioni. Se poi espandiamo questo all'ordine del giorno globale, siamo ovviamente anche cittadini del mondo. E in tempi di minacce globali – cambiamenti climatici, scandalose povertà, HIV/AIDS, malaria, TBC, tutti questi problemi – i nostri doveri ovviamente sono molto chiari; dobbiamo usare la nostra voce democratica, i diritti che ci sono stati concessi e per assicurarci i quali molti hanno combattuto nei secoli tanto duramente, dobbiamo essere capaci di usare quella voce per prendere le difese dei diritti umani in tutto il mondo. E penso che parte della nostra responsabilità sia che dobbiamo essere davvero impegnati quanto più ci è possibile. Molte persone stanno facendo molte cose. Abbiamo cambiato le nostre abitudini di acquisto, compriamo 'equo e solidale', e usiamo processi rinnovabili ogni volta che possiamo. Ma credo che dobbiamo tenerci molto informati. E mi sono sentita quel gran senso di colpa che ho espresso a pranzo oggi, per non aver saputo cosa succedeva in Congo fino a quando, ieri, non ho letto un articolo dell' Independent. Qui si accusava la società dei consumi e in particolare l'uso dei telefoni cellulari di aver innescato il conflitto e gli scontri che stanno avendo luogo in Congo, che è il maggior fornitore di coltan, uno dei minerali utilizzati nell'industria dei telefoni cellulari. Beh, io non lo sapevo. Quindi penso che le nostre responsabilità non siano solo di agire sulle cose che conosciamo, ma anche di tenerci informati. E ci sono naturalmente un sacco di siti web sui quali farlo.

Anche nelle considerazioni finali da New York e Londra si ritrova questa necessità di assumersi le responsabilità per il bene comune. Il nuovo Gruppo di Servitori del Mondo è identificato come il gruppo che sta aiutando l'umanità a riconoscere questo senso di responsabilità.

In conclusione, in un tempo di crisi mondiale come questo, quando i vecchi modi familiari sono stati messi in discussione e sono risultati insufficienti, ma pure un po' di chiarezza è emersa a far luce sulla via, la meditazione di gruppo può essere una potente forma di servizio.(4) Le idee fondamentali su cui un mondo nuovo e migliore per tutti deve essere basato si possono chiarire e potenziare attraverso la forza della meditazione, rendendole riconoscibili alle persone di buona volontà in tutto il mondo. La meditazione di gruppo può aiutare a stimolare la crescita dell'opinione pubblica e aumentare gli sforzi di quei servitori che hanno studiato la propria via per arrivare un nuovo livello di comprensione, aiutandoli a mantenere la propria saggezza come una visione davanti agli occhi di tutti.

1. Le copie a stampa della Dichiarazione si possono avere da World Goodwill. Inoltre, è in preparazione un Commentario su questo tema che sarà disponibile presto (vedere il modulo d'ordine).

2. N.B. ‘Sostegno’ in questo contesto non significa una tifoseria sconsiderata. A volte il modo più efficace di sostenere un governo è quello di sforzarsi per correggere i suoi eccessi e le sue carenze. Le persone di buona volontà lo faranno, non c'è bisogno di dirlo, e si concentreranno sulle politiche, non sui personaggi.

3. Per le copie di A Declaration of Human Responsibilities, dell'Interaction Council, vedere il modulo d'ordine.

4. La meditazione Strengthening the Hands of the New Group of World Servers, è disponibile qui